Archivio

24/08/2011 - L’introduzione dei reati ambientali nel D.Lgs. n. 231/2001

Lo scorso 7 luglio 2011, il Governo ha definitivamente approvato il D.Lgs. 121/2011 che modifica l’impianto dei reati presupposto previsti dal D.Lgs. 231/2001, introducendo il nuovo articolo 25-undecies in tema di reati ambientali. Il nuovo Decreto ha previsto l’introduzione di due nuove fattispecie nel codice penale: - uccisione, distruzione, cattura, prelievo, detenzione di esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette (art. 727-bis); - distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto (art. 733-bis). Inoltre, sono richiamati anche dal medesimo Decreto molti reati disciplinati in leggi speciali. In relazione al Codice dell’Ambiente sono sanzionati: l’effettuazione di scarichi di acque reflue industriali contenenti sostanze pericolose (art. 137); la raccolta, trasporto, smaltimento, commercio di rifiuti in mancanza di autorizzazione(art. 256); l’inquinamento del suolo, sottosuolo, acque superficiali o sotterranee con il superamento delle concentrazioni soglia (art. 257); la violazione della tenuta dei formulari nel trasporto di rifiuti (art. 258); il traffico illecito dei rifiuti (art. 259); la gestione abusiva di ingenti quantità di rifiuti (art. 60); la falsa indicazione delle caratteristiche dei rifiuti nei certificati e l’utilizzo degli stessi (art. 260-bis); il superamento dei valori limite di emissione (art. 279). Tutte le condotte sono suddivise in tre classi di gravità: è prevista, infatti, la sanzione pecuniaria fino a duecentocinquanta quote per i reati sanzionati con l’ammenda o con la pena dell’arresto fino ad un anno ovvero dell’arresto fino a due anni in alternativa alla pena pecuniaria; la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote per i reati sanzionati con la reclusione fino a due anni o con la pena dell’arresto fino a due anni; e la sanzione pecuniaria da duecento a trecento quote per i reati sanzionati con la reclusione fino a tre anni o con la pena dell’arresto fino a tre anni. Solo per il reato di cui all’articolo 260 del Codice dell’Ambiente (Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti), è prevista la sanzione pecuniaria da trecento quote fino ad un massimo di ottocento quote. Le sanzioni pecuniarie previste variano, dunque, da un minimo di circa Euro 40.000 ad un massimo di Euro 1.250.000; in caso di condanna per determinati delitti (ad es. lo scarico di acque reflue industriali, la discarica destinata allo smaltimento di rifiuti pericolosi, il traffico illecito di rifiuti), si applicano anche le sanzioni interdittive (a titolo di es. l'interdizione dall'esercizio dell'attività; la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze; il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione) per un periodo non superiore a sei mesi. Nel caso l'ente o una sua unità organizzativa vengano stabilmente utilizzati allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione dei reati di cui all’articolo 260 del Codice dell’Ambiente e per il reato di inquinamento doloso provocato dalle navi, si applica la sanzione dell'interdizione definitiva dall'esercizio dell'attività. Il nuovo Decreto ha accolto alcuni dei rilievi che la Commissione Politiche UE e la Commissione Giustizia avevano avanzato, dapprima con l’esame del 18 maggio scorso e successivamente con il parere favorevole del 31 maggio, come l’attenuazione dell’applicazione delle sanzioni SISTRI, attraverso l’inserimento di due nuovi commi, 9-bis e 9-ter, all’art. 260-bis del Codice dell’ambiente. Entrando più nello specifico, la principale critica che si potrebbe muovere al provvedimento in commento è la totale assenza di una presunzione di conformità dei Modelli di organizzazione, gestione e controllo in tutti i casi in cui la società adotti sistemi di gestione ambientale. Sarebbe stato infatti auspicabile che la legge avesse individuato (alla stessa stregua di quanto previsto dall’art. 30 del D.Lgs. 81/2008 in materia di sicurezza sul lavoro) una presunzione di esenzione di responsabilità per le società che adottano Modelli di organizzazione, gestione e controllo in linea, ad esempio, con gli standard ISO 14001 (i quali seppur non obbligatori, dimostrano che l’organizzazione ha un sistema di gestione adeguato a tenere sotto controllo gli impatti ambientali delle proprie attività), o al regolamento EMAS (un sistema di certificazione che riconosce a livello europeo il raggiungimento di risultati di eccellenza nel miglioramento ambientale). In ogni caso, per quelle società che si sono già adeguate allo standard ISO 14001 o al regolamento EMAS, l’attività di predisposizione della relativa parte speciale del Modello di organizzazione, gestione e controllo potrà essere certamente agevolata dalle analisi effettuate in occasione delle suddette certificazioni.


Sistema qualità certificato
visualizza il pdf
qui